Esistono competenze che si acquisiscono attraverso la formazione formale: corsi, diplomi, certificazioni.
Ed esistono competenze che si costruiscono solo attraverso l’esperienza diretta, l’esposizione ripetuta a situazioni complesse, la disponibilità a sbagliare e a imparare dagli errori.
Nel Writing Coaching, entrambe le categorie contano.
Ma c’è una terza categoria – meno visibile, raramente citata nei programmi formativi – che, nella mia esperienza, fa la differenza più significativa. La chiamo, per ora, competenza di soglia.
Stare nell’incerto.
Il lavoro di accompagnamento comporta, per sua definizione, di stare nell’incertezza.
Non si sa dove porterà un percorso.
Non si sa cosa emergerà da una sessione di scrittura.
Non si sa quando un autore troverà la propria voce, né come sarà quando arriverà.
Un Writing Coach che ha bisogno di controllo – sugli esiti, sui tempi, sulla direzione – fatica enormemente in questo lavoro.
La capacità di stare nell’incerto, di tollerare l’ambiguità senza precipitarsi a risolverla, è una competenza fondamentale.
Implica apertura verso ogni scritto che ci si troverà davanti, verso ogni evento che si possa presentare e verso ogni conseguenza.
Non solo: richiede di essere preparati a garantire comunque un supporto, a continuare nella relazione quando “ci sembra di essere stretti alle corde”, di seguire il cliente anche in un ambito inaspettato.
Tutto questo non si insegna in un corso: si sviluppa nel tempo, attraverso l’esposizione consapevole a situazioni che non hanno una risposta immediata, quando non vogliamo – come Writing coach professionisti – dare una risposta a tutti i costi ma sappiamo attendere e accompagnare, quando comprendiamo che è il momento di “restare” dove ci ha accompagnato il cliente e individuare insieme a lui un modo per uscirne.
Leggere il testo tra le righe.
Ogni testo dice più di quanto sembri.
Questa affermazione non è mistica, non è uno slogan costruito ad hoc:
è tecnica.
Un testo rivela, nella sua struttura, nel suo ritmo, nelle sue discontinuità, a volte anche nella sua punteggiatura, tracce del processo mentale ed emotivo di chi lo ha prodotto.
Imparare a leggere queste tracce – non per interpretare psicologicamente l’autore, ma per restituirgli osservazioni utili sul suo testo – richiede anni di pratica.
Richiede di aver letto molto, di aver scritto molto – sì, anche in prima persona, per mettersi alla prova – e di aver lavorato su molti testi altrui.
Non esiste una scorciatoia.
Questa è, forse, la competenza più difficile da formalizzare e la meno presente nei curricula formativi.
Ma è quella che, più di ogni altra, distingue un Writing Coach in grado di leggere, da uno che si ferma solo a commentare.
La precisione nel linguaggio.
Il Writing Coach lavora con le parole.
Non solo quelle degli autori che accompagna, ma le proprie, prima di tutto.
Il modo in cui restituisce un’osservazione, pone una domanda, definisce ciò che vede in un testo, tutto questo ha un impatto diretto sulla qualità del lavoro.
Una domanda vaga produce una risposta vaga.
Un’osservazione imprecisa crea confusione invece di chiarezza.
Un feedback superficiale non rappresenta un valore aggiunto.
La precisione lessicale non è una questione estetica: è una questione di efficacia.
Coltivare questa precisione significa prestare attenzione costante al linguaggio, non solo come scrittori, ma come persone che comunicano.
Significa chiedersi, ogni volta che si sta per parlare o scrivere:
– questa è davvero la parola giusta?
– Dice esattamente ciò che voglio dire?
– Può essere compresa senza lasciare qualcosa alla sensibilità dell’interlocutore?
La gestione dell’autorevolezza.
Il Writing Coach è considerato persona autorevole all’interno della relazione.
Ha sviluppato un rapporto consapevole e approfondito con la scrittura, consolidato competenze specifiche e accompagnato altri autori in percorsi simili.
Questa asimmetria è reale e non va negata.
Va però gestita con consapevolezza.
L’autorevolezza nel Writing Coaching non è, e non deve essere riconosciuta, come autorità prescrittiva.
Non si tratta di dire all’autore cosa deve scrivere, come deve scriverlo, cosa funziona e cosa no in senso assoluto.
Si tratta di mettere la propria esperienza al servizio dell’autore, di mettersi al suo fianco, non di sostituirsi a lui.
Questo equilibrio è delicato. E richiede, da parte del Writing Coach, una buona dose di consapevolezza dei propri meccanismi:
– quando si è tentati di intervenire perché convinti di avere la risposta
migliore;
– quando si trattiene un’osservazione perché si teme la reazione;
– quando si tende a proiettare la propria esperienza su quella dell’altro.
Il senso del proprio limite.
Un Writing Coach non è uno psicoterapeuta. Non è un consulente editoriale nel senso commerciale del termine. Non è un ghostwriter, anche se può avere competenze in quel campo.
Capire cosa si è e cosa non si è, è anch’essa una competenza professionale a tutti gli effetti.
Il senso del proprio limite non è debolezza: è etica professionale.
Sapere quando un autore ha bisogno di qualcosa che va oltre le proprie competenze, e dirlo con chiarezza, è un atto di rispetto nei confronti di chi si accompagna.
Questo richiede sicurezza nella propria identità professionale.
E la sicurezza, come tutte le cose che contano, non si acquista:
si costruisce, nel tempo, attraverso un lavoro eseguito con cura.
Diventare Writing Coach non è seguire un percorso lineare.
È costruire, pezzo dopo pezzo, una pratica che tenga insieme rigore e sensibilità, competenza tecnica e capacità di presenza.
Non esistono scorciatoie.
Esistono, però, direzioni chiare, e la consapevolezza che il lavoro più importante rimane sempre quello su se stessi.
Se sei interessata/o a questo argomento e ti sei rivista/o nelle mie parole allora contattami, oppure scopri di più su chi sono e cosa faccio.





