Scrittura Odeporica – C’è un momento, dopo ogni viaggio, in cui ci si accorge che non si può davvero “tornare”.
Il luogo a cui si fa ritorno è lo stesso, ma noi non lo siamo più.
Cos’è allora che decreta il ritorno?
Il luogo che ci accoglie, o la nuova disposizione interiore che sentiamo appartenerci?
Vi ho parlato di Itaca nel mio ultimo articolo sulla Scrittura Odeporica, paragonandola alla meta che ci attende, ma anche di come rappresenti la soglia da cui ripartire.
Ogni ritorno porta con sé una trasformazione silenziosa: ciò che abbiamo visto, toccato, compreso, continua a muoversi dentro di noi, spingendoci verso nuove partenze.
È questo fluire di sensazioni ed emozioni, finalmente riconosciute, che ci rende via via più consapevoli della realtà in cui viviamo, e pronti a interagirvi con strumenti nuovi.
Ora riusciamo a liberarci da quei pensieri la cui origine ci era ignota.
Possiamo lasciarli andare con la certezza che sapremo trattenere solo ciò che di importante, per molto tempo, non avevamo compreso.
Nella Scrittura Odeporica — da Omero a Goethe, fino a Sepúlveda — il viaggio si rivela come un gesto circolare, mai davvero compiuto.
Il viandante che rientra non chiude un percorso, ma apre un nuovo capitolo della propria conoscenza.
La meta diventa così il punto d’origine di un’altra partenza, di un nuovo sguardo sul mondo e su sé stessi.
Ed è giusto che sia così: se noi non siamo più le stesse persone, nemmeno il luogo a cui faremo ritorno lo sarà.
Perché sarà cambiato il nostro atteggiamento nei confronti di ciò che avevamo lasciato.
In fondo, non si viaggia per ritornare.
Lo si fa per rispondere a un bisogno, qualunque ne sia l’origine.
In quel momento ci stiamo ascoltando: stiamo assecondando ciò che in quel momento ci spinge fuori dall’ordinario.
Sarà importante, poi, comprendere come ritornare:
con quali occhi, con quale voce, con quale parte di sé si sceglie di riprendere il cammino.
Forse è questo il vero significato del viaggio e della scrittura odeporica: non tornare mai davvero, ma imparare, ogni volta, a partire da un punto diverso e più consapevole di noi stessi.
La scrittura odeporica ci accompagna in questo moto circolare, custodendo ciò che siamo stati e ciò che stiamo ancora diventando.
È la traccia che resta sulla sabbia dopo il passaggio delle onde: non ferma il mare, ma lo racconta.
Ogni volta ridisegna contorni diversi, come diverse sono le emozioni che ci attraversano e, silenziosamente, ridefiniscono la nostra immagine.
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