
Foto © Eleonora Tomelleri
“Il coach che insegna non è un coach.”
Questo concetto deve essere chiaro e non lasciare spazio a dubbi.
Se dovessi incontrare – durante un corso, un workshop o in qualsiasi altro contesto – un professionista che si autodefinisce “coach”, ma che poi inizia a fornirti istruzioni pratiche su
- come affrontare situazioni specifiche,
- risolvere problemi,
- reagire in determinate circostanze,
è essenziale che tu comprenda che non sarai di fronte a un vero coach.
Non solo.
Tieni sempre presente una regola fondamentale: ognuno “insegna ciò che sa”.
E va benissimo. Anzi.
L’atteggiamento riflette il naturale processo di condivisione delle proprie conoscenze.
L’importante è non dare una diversa connotazione, o attribuire una diversa etichetta, alla pratica che si sta mettendo in atto.
Il rischio è di mettete in discussione la propria credibilità e autorevolezza in relazione all’argomento trattato.
Non solo.
Ma anche di compromettere la credibilità e competenza di ogni figura professionale appartenente a quella categoria.
Se sto insegnando o spiegando in maniera logica e strutturata come trattare un argomento, sono un trainer, un mentore forse, ma non un coach!
A questo proposito voglio ricordare un passaggio importante espresso da Steve Bavister e Amanda Vickers nel libro “COACHING INDISPENSABILE” (2017 – UNICOMUNICAZIONE.IT srl – Milano).
“Il coaching è tutto una questione di porre domande: domande potenti e di qualità, capaci di aiutare la persona ad attivare le proprie risorse, elaborando le proprie idee e le proprie soluzioni.
Le migliori domande sono aperte, semplici e non guidano il cliente in una particolare direzione…”
Gli autori proseguono affermando che questo pensiero può rappresentare “una sfida per un Coach[…], dato che siamo generalmente abituati invece a dare consigli.”
Ti sei mai chiesto il perché di questo atteggiamento?
Escludendo la “mania di protagonismo o la convinzione di detenere la risposta universalmente corretta”, vediamo in breve le possibili motivazioni.
Dare consigli è di sicuro più rapido: le persone cercano soluzioni immediate e fornire consigli risulta veloce e comodo. Non solo. Agli occhi dei più, trasmette iniziale fiducia.
E’ veloce per il cliente, che ottiene subito la risposta.
Risulta comodo per il professionista, che trasmette la soluzione di cui è già in possesso.
Poco importa se sia funzionale e corretta per ogni interlocutore: il suo consiglio si basa sulla maggioranza dei casi sperimentati.
Non facciamoci ingannare, però.
Se da un lato questo atteggiamento dimostra al cliente – almeno nella fase iniziale – un elevato grado di competenza e sicurezza – date dall’immediatezza nella risposta, che rimane comunque da verificare –, dall’altro lascia trasparire una cultura rivolta all’individualismo: offrire soluzioni preconfezionate piuttosto che mostrare disponibilità a una collaborazione aperta e condivisa.
Ritorniamo a noi: il Coach non deve “dire cosa fare”.
Due sono le motivazioni di base:
1 – perché snaturerebbe la natura del coaching,
2 – perché non funzionerebbe mai.
Proviamo a comprendere bene il perché.
Quando un coach inizia a “dire cosa fare” si allontana dal principio fondamentale del coaching che è quello di sviluppare la consapevolezza e la responsabilità nel cliente.
È necessario tenere ben presente due concetti:
- il coachee deve sempre rimanere il protagonista del proprio percorso,
- il coach deve agire come una guida rispettosa e mai invasiva.

Se il coach suggerisse direttamente le azioni da intraprendere
- correrebbe il rischio di generare resistenza da parte del coachee,
- le soluzioni proposte potrebbero non rispecchiare appieno le preferenze o i valori del cliente,
- la probabilità di successo risulterebbe seriamente compromessa.
L’approccio basato sul “dire cosa fare” non tiene conto
- delle differenze individuali,
- delle esperienze e
- delle prospettive uniche del coachee.
Questo metodo avrebbe scarse probabilità di riuscita perché ognuno di noi è diverso, e ciò che può rivelarsi utile per te potrebbe non esserlo per un altro.
Il coaching è un processo che mira a far emergere la saggezza e la consapevolezza del coachee, evitando di imporre soluzioni preconfezionate.
L’approccio orientato alla guida e alla facilitazione è essenziale sia per rispettare la natura del coaching, sia per massimizzare l’efficacia nel supportare gli individui nel raggiungere i loro obiettivi.
Ora, prova a calare tutto questo nella scrittura e preparati ad incontrare un Writer Coach.
L’affermazione iniziale rimane più che mai vera e indiscutibile.
Se, come Writer Coach, ti insegnassi, o ti agevolassi scrivendo per te qualche passaggio – utile magari per uscire da una momentanea impasse – non sarei un Writer Coach, bensì un Writer Trainer.
Come aiutarti allora per risolvere il tuo problema, ritrovare lo slancio alla scrittura, la voglia di metterti in gioco e proseguire con il tuo testo?
Hai già la risposta nelle parole riportate che definiscono l’attività di coaching.
Le domande potenti e di qualità saranno lo strumento che adotterò per risolvere il tuo problema.
“Eh, ma io vorrei risposte, non domande alle quali rispondere.”
Senza soffermarci sulle motivazioni etico-comportamentali – e relative norme – che disciplinano l’attività di coaching, preoccupiamoci del secondo aspetto citato poco sopra, ossia “non funzionerebbe mai”.
Il perché lo abbiamo già evidenziato, ricordi?
Riprendiamo dagli aspetti fondamentali dell’attività di un Writer Coach.
Lo scrittore deve rimanere protagonista: utilizzare parole sue, dettate dal proprio pensiero, avallate dal suo sentire, rappresentative in ogni momento della sua personalità.
Il Writer Coach deve rimanere la figura al suo fianco: essere la guida che suggerisce allo scrittore di rivedere il suo operato senza dire cosa fare, bensì ponendo le domande adeguate affinché l’autore possa riflettere, ricercare, verificare la propria posizione attraverso le parole che scriverà.
Sì, perché in quel momento, tu, autore, dovrai mettere da parte la scrittura del tuo testo, per concentrarti sulle parole che dovranno essere scritte per permetterti di ritrovare
- il giusto equilibrio interiore,
- l’iniziale creatività, presente in ogni testo,
- la chiarezza di pensiero necessaria per proseguire.
Perché è necessario che tu, scrittore, ti allontani dalla stesura del tuo testo?
Perché solo così riuscirai a distanziarti emotivamente dal tuo lavoro, guadagnando una prospettiva fresca e critica.
Inoltre, in questi momenti, il Writer Coach che “guida senza dire cosa fare” creerà uno spazio aperto e collaborativo.
Uno spazio in cui tu, autore, sarai libero di esprimere le tue idee senza doverti aspettare giudizi o imposizioni.
Tutto ciò contribuirà a trasportarti mentalmente in un ambiente in cui ritrovare la creatività e la possibilità di esplorare nuovi orizzonti, senza percepire limiti o costrizioni, o dover per forza seguire la strada che ti viene proposta pur non sentendola tua.
Ma perché sarà possibile tutto questo?
Perché nel momento in cui ti allontanerai dal tuo testo,
riporterai il focus su te stesso.
I tuoi sforzi non saranno rivolti a “cosa scrivere, come portare avanti lo sviluppo narrativo, l’argomentazione di una tesi o la motivazione di uno spunto di riflessione”.
Quello si concentra al di fuori di te.
Riportare il focus su te stesso ti costringerà
- ad ascoltarti,
- a rivedere come sei in quel momento,
- a prendere atto di cosa avresti bisogno,
- se ti trovi nelle condizioni favorevoli per poter proseguire senza alcun motivo di stress o
- altro che ti faccia indugiare.
Questo rivelerà il suo valore pratico solo se il Writer Coach sarà in grado, attraverso la tecnica maieutica basata sulle domande efficaci, di stimolare la riflessione, la ricerca interiore e l’esplorazione, sempre più in profondità, di pensieri e sentimenti.
Che dovranno essere i tuoi. Quelli degli altri lasciali fuori!

Torniamo all’affermazione iniziale, base del nostro ragionamento, e proviamo a chiederci ora come si può
– pensare di raggiungere tutto questo “dicendo cosa fare”?
– aiutare davvero uno scrittore “proponendo un percorso preconfezionato”?
– trovare il coraggio, con queste premesse, per “definirsi Writer Coach”?
Io non credo sia possibile.
Il mio approccio e il metodo che seguo con gli scrittori – indipendentemente dalla finalità della loro scrittura, che sia professionale, per diletto o per lavoro – si basano su un punto di vista completamente diverso.
Si fondano su valori fondamentali per me inderogabili, che pongono al centro la persona e ciò che desidera raggiungere.
Scrivere fa parte di noi, definisce chi siamo e
delinea il nostro modo di relazionarci con gli altri.
È troppo importante per non farlo al meglio.
Se ho contribuito aiutandoti a definire il tuo modo di esprimerti, mi piace pensare che nelle tue parole ci sarà anche un po’ di me.
Ecco perché sarà un piacere seguirti se ne sentirai il bisogno.





