Ho Imparato a Scrivere i Miei Viaggi : Cosa è Cambiato nella Mia Vita | Scrittura di Viaggio

Giu 11, 2026 | Emozioni, Scrittura di viaggio, Writers coach

ghostwriting chi lo usa e perchè non è barare

COSA SUCCEDE QUANDO SMETTI DI FOTOGRAFARE ED INIZI A SCRIVERE

Per molto tempo ho viaggiato come fa di solito chi ama viaggiare.

Occhi aperti, curiosità accesa, ricerca di particolari unici e quello sguardo che termina con la macchina fotografica sempre a portata di mano.

 

Tornavo a casa con migliaia di scatti. Belle immagini, alcune davvero uniche.

Le guardavo, le condividevo, e sentivo di aver catturato qualcosa di vero. Eppure, dopo qualche settimana, cominciava a sfuggirmi qualcosa. Non le immagini, quelle restavano. Ma quello che avevo sentito in quei momenti.

I pensieri che mi avevano attraversata perdevano la loro luminosità, le domande che si erano aperte dentro di me si assopivano. Restavano i volti, i luoghi, mentre tutto il resto si assottigliava, sbiadiva, fino a dissolversi quasi del tutto.

 

Le fotografie mi dicevano cosa avevo visto. Ma non mi restituivano come lo avevo vissuto.

 

Varanasi

È difficile prepararsi a Varanasi. Forse è impossibile.

 

Non fu il primo impatto emotivo con quel paese – ero già in India da due settimane – ma se oggi qualcuno me lo chiedesse, consiglierei di visitare quella città dopo essere entrati nelle dinamiche di una comunità dalle molteplici sfaccettature.

Nonostante tutto, mi trovai impreparata a quello che mi aspettava. 

 

Raggiungemmo il ghat nel tardo pomeriggio, quando le luci cominciano ad abbassarsi come in teatro prima dell’inizio di uno spettacolo. Non fu facile arrivarci: gente ovunque, ammassata ai bordi della strada, sui gradini, in un continuo ma ordinato brulichio. 

Ogni tanto si incontrava un Sadhu raccolto in preghiera, il viso dipinto, al collo un mālā da meditazione. 

Il suo sguardo ti scrutava, e tu sentivi il bisogno di abbassare il tuo.

 

Vita e morte camminavano parallele, in un susseguirsi di emozioni – anche le più intime – che si mostravano davanti agli occhi di tutti, anche di coloro che non solo non avrebbero voluto viverle, ma nemmeno vederle.

 

Tutt’intorno si poteva quasi palpare una forte energia spirituale. Ti avvolgeva, non potevi sottrarti, e finivi per essere parte di quella trama, incrociando la tua vita con quella di persone che intrecciano la loro con la morte.

 

Era quello che vedevi, e ancor più quello che leggevi in quegli occhi – che ti guardavano mentre cercavi di farti strada tra la folla – che ti entrava dentro. Avresti voluto fermarti dopo ogni passo, capire, parlare con quelle persone, sentire la loro voce, lasciarti immergere nella loro storia. Ma non potevi. 

Non sapevi come fare.

 

Quali parole potevano mai risultare appropriate?

In che modo potevi entrare in una vita che non avresti neppure immaginato?

Quale atteggiamento sarebbe risultato più corretto per non offendere o non trasformare ogni situazione, ogni persona, in una scena da film?

 

Mentre scendevo i gradini del ghat verso la riva del Gange, ebbi la sensazione di avvicinarmi a qualcosa che ai miei occhi sembrava un girone dantesco. 

Non incontrai delitti, ma difficoltà, dolore e una miseria che non credevo possibile vedere materializzata su questa terra. Eppure quella miseria era intrisa di fede, resistenza, vita che tenta di restare.

 

Il cuore trovò la forza di stringersi ancora.

 

Poi iniziò la cerimonia Aarti – il rituale di offerta dedicato alla dea Ganga, personificazione del fiume Gange – celebrata all’alba e al tramonto sul Dasaswamedh Ghat. 

Alcuni giovani bramini eseguivano un’elaborata sequenza di gesti con bracieri e lampade a olio, al ritmo di un canto devozionale. 

Le campanelle tintinnavano, i tamburi scandivano il tempo, il fumo dell’incenso saliva verso il cielo. Verso la fine, i fedeli si avvicinavano alle acque del Gange portando vassoi di fiori e piccole lampade accese, che affidavano alla corrente, con la stessa cura come se le portassero vicino al cuore.

 

L’atmosfera era mistica e concreta allo stesso tempo. Impossibile restarne distaccati.

 

Fu a quel punto che smisi di fotografare e cominciai a scrivere.

 

Cosa è successo quando ho aperto il taccuino

Non fu una decisione razionale. Fu quasi un bisogno fisico, la sensazione che quello che stavo vivendo non potesse essere contenuto in un’immagine, per quanto bella e suggestiva fossi riuscita a renderla.

Sentivo che qualcosa rischiava di andare perduto se non lo avessi fermato in un altro modo.

 

Iniziai a scrivere quello che vedevo, per poi ritrovare nelle mie parole ciò che sentivo. Le domande si affollavano: cosa mi ricordava tutto questo, cosa stava muovendo dentro di me, perché certi sguardi mi toccavano in un modo che non riuscivo ancora a spiegare.

 

Rileggere quelle parole, dopo qualche settimana dal ritorno, mi restituì qualcosa che nessuna fotografia aveva saputo conservare. 

L’immagine era nitida, l’inquadratura perfetta.

Mancava il vissuto, il modo in cui ero entrata in contatto con quel luogo, con quelle persone, con quel qualcosa di mio che quella esperienza aveva risvegliato.

 

Cosa è cambiato, davvero

Quello che ho imparato a Varanasi non riguarda solo la scrittura. 

Riguarda il modo di stare dentro le situazioni. La capacità e la volontà di comprendere anche ciò che abbiamo volutamente lasciato in disparte.

 

Quando inizi a scrivere – non come esercizio tecnico, ma come pratica vera – qualcosa si sposta nell’attenzione. Diventi più presente. Più disponibile all’ascolto. 

Il livello di comprensione si alza, sei più incline alla sosta. 

Inizi a chiederti non solo cosa stai vedendo, ma cosa stai sentendo, e perché quella cosa ti tocca in quel modo specifico.

 

È un’indagine che comincia dall’esterno e finisce sempre dentro. 

E quello che trovi, quasi invariabilmente, è qualcosa che conosci: un’emozione che hai già incontrato, un ricordo che ritorna, uno schema che si ripete. 

Qualcosa che hai portato con te da prima del viaggio, e che il viaggio ha solo riportato in superficie. 

 

Scrivere mi ha insegnato a riconoscere questo meccanismo. A non lasciarlo andare. A usarlo, non per capire i luoghi che visito, ma per capire me stessa mentre li visito.

Ed è questa, alla fine, la trasformazione più profonda. 

 

Non scrivi di un viaggio. Scrivi attraverso un viaggio. 

 

E ogni volta che lo fai, torni a casa con qualcosa in più di quello che avevi portato.

 

Perché ho voluto trasformare tutto questo in un percorso

La scrittura di viaggio non si impara seguendo una lista di regole tecniche. 

Non basta sapere che bisogna osservare, prendere appunti, descrivere i dettagli. Queste sono istruzioni utili, ma restano in superficie se non si parte da un punto più essenziale: capire come siamo noi, in quel momento, in quel luogo.

 

A che punto stiamo, fisicamente, emotivamente. 

Come reagiamo di fronte a ciò che incontriamo. 

E, soprattutto, perché reagiamo in quel modo.

 

Quasi sempre si tratta di una reazione che riflette qualcosa che ci portiamo dentro: un ricordo, una credenza, uno schema che ci accompagna da molto prima di quel viaggio.

 

È partendo da questa consapevolezza che la scrittura di viaggio diventa qualcosa di più di un semplice diario. 

Diventa uno spazio in cui osservare se stessi con onestà e curiosità, e in cui, a volte, trovare risposte che non sapevamo di stare cercando.

 

Hai mai vissuto un momento di viaggio così intenso da sentirti inadeguato a fotografarlo?

Hai mai avuto la sensazione che qualcosa di importante stesse scivolando via, e che le immagini non bastassero a trattenerlo?

 

Se riconosci qualcosa di tuo in queste domande, forse è il momento di scoprire cosa succede quando inizi a scrivere mentre stai vivendo qualcosa di bello: il tuo viaggio.

Se sei interessata/o a questo argomento e ti sei rivista/o nelle mie parole allora contattami, oppure scopri di più su chi sono e cosa faccio

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