Cosa fa, davvero, un Writing Coach. Il metodo dietro la parola.
In un precedente articolo ho spiegato “cosa il Writing Coach non è”.
Ora vorrei entrare nel concreto:
– cosa succede, effettivamente, in un percorso di Writing Coaching?
– Qual è la struttura del lavoro?
E soprattutto: cosa rende questo approccio diverso da un percorso di scrittura creativa o da una consulenza editoriale tradizionale?
Le domande sono legittime. E meritano risposte precise, non vaghe promesse di “trasformazione” e “autenticità”, parole talmente abusate da aver perso qualunque contenuto.
Il testo come punto di partenza, non di arrivo.
In un percorso di Writing Coaching, il testo scritto non è il prodotto finale da consegnare: è materiale vivo su cui lavorare.
Si scrive – sempre – ma la scrittura non è la destinazione.
È l’occasione per fermarsi.
Portare sul foglio ciò che sentiamo agitarsi nella nostra mente.
Significa guardare come un pensiero abbia preso forma.
Questo implica una postura diversa rispetto alla scrittura ordinaria.
Chi scrive normalmente è orientato verso l’esterno: vuole produrre un testo che funzioni per un lettore.
Nel Writing Coaching, almeno in una prima fase, la scrittura è orientata verso l’interno: si scrive per capire, non per comunicare.
Questa distinzione non è sottile: cambia radicalmente il modo in cui ci si siede davanti alla pagina.
Il ruolo dell’ascolto.
Il Writing Coach ascolta – legge, nel nostro caso – in modo attivo e specifico.
Legge non solo ciò che il testo dice, ma come lo dice.
Coglie le discontinuità: i punti in cui la voce narrativa cambia tono, si irrigidisce, si nasconde.
Osserva le ridondanze, che spesso segnalano un nodo non risolto piuttosto che un difetto stilistico.
Riconosce i silenzi: ciò che non è scritto, che non riesce a essere scritto, che viene sistematicamente aggirato.
Questo tipo di ascolto-lettura richiede competenze che non sono né riconducibili alla figura di un editor, né a quella di un professionista rivolto al supporto personale.
Sono competenze ibride, sviluppate nel tempo attraverso la pratica combinata della scrittura e dell’accompagnamento attraverso il coaching.
Il feedback come strumento di sviluppo.
Nel Writing Coaching il feedback non funziona come la correzione di un elaborato scolastico, né come il lavoro di un editor su un manoscritto.
Non si tratta di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa va risaltato e cosa ridimensionato, cosa va tenuto e cosa va tolto.
Si tratta di restituire all’autore ciò che il testo rivela oppure nasconde: di rispecchiare, con precisione e rispetto, i pattern che emergono.
Questo feedback, se stiamo lavorando con uno scrittore, può riguardare la struttura del testo, la coerenza della voce, la gestione del punto di vista.
Se il rapporto è con una persona che sta vivendo un cambiamento, il compito sarà quello di individuare gli ostacoli, che emergono dalle parole usate, che impediscono la prosecuzione del progetto di lavoro o di vita.
Ma può anche toccare la relazione tra autore e materia: perché certe pagine sono vive e altre no, perché la scrittura accelera in certi punti e si blocca in altri.
Il fine non è produrre un testo migliore, anche se questo spesso accade come conseguenza.
Il fine è che l’autore sviluppi una maggiore consapevolezza del proprio processo mentale ed emozionale e, attraverso di esso, di se stesso.
Struttura di un percorso.
Un percorso di Writing Coaching ha una sua struttura, anche se non è rigida. Prevede solitamente una fase esplorativa, in cui si lavora per capire dove si trova l’autore rispetto alla propria scrittura: quali sono i blocchi, gli schemi mentali ricorrenti, le aspettative non dette.
Poi si passa a una fase di produzione guidata, in cui si scrive con intenzione e si lavora sul materiale prodotto.
Quando si parla di “guidata” si intende sempre una scrittura che nasce in risposta a domande costruite secondo lo stile maieutico del coaching: il cliente-autore risponde in forma scritta, non verbalmente, rendendo il percorso di natura epistolare e quindi asincrono.
Alla fine si arriva all’integrazione, quando il lavoro svolto viene consolidato attraverso una fase di comprensione più stabile.
La durata e l’intensità variano. Variano anche gli strumenti: il Writing coach può suggerire di scrivere partendo da sensazioni specifiche riferite dal cliente stesso; oppure partire da una rilettura e analisi di testi già scritti, o ancora materiale riguardante il processo stesso che prende forma via via. La costante non cambia: la scrittura rimane al centro, come strumento e come oggetto di osservazione.
Perché questo approccio funziona.
La scrittura ha una qualità che altri strumenti di lavoro su di sé non hanno: lascia tracce.
Ciò che viene scritto rimane, è leggibile, è comparabile nel tempo.
Questo permette un tipo di osservazione che la conversazione da sola non consente.
Quando la persona – che sia un autore, un professionista che usa la scrittura, o una persona che ha scelto la scrittura come canale comunicativo – decide di utilizzare la scrittura succede qualcosa di importante: quella stessa persona rilegge qualcosa che ha scritto prima e lo riconosce, o non lo riconosce più.
In entrambi i casi sta compiendo un atto cognitivo di grande rilevanza.
Sta vedendo se stesso in movimento. Ed è in questo movimento che si trova, spesso, la direzione del cambiamento.
Il Writing Coaching funziona perché prende sul serio sia la scrittura sia la persona che scrive.
Non usa l’una come pretesto per l’altra. Le tiene insieme.
Se sei interessata/o a questo argomento e ti sei rivista/o nelle mie parole allora contattami, oppure scopri di più su chi sono e cosa faccio.





