Come si diventa Writing Coach. Il percorso che nessuno ti descrive con precisione.

Apr 15, 2026 | Editing, Scrittura, Writers coach

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“Come diventare Writing Coach”, se lo cerchi in rete troverai probabilmente due tipi di risultati: 

– corsi che promettono di formarti come professionista in pochi mesi, oppure

– articoli che descrivono la figura in modo così vago da non fornire nessuna indicazione utile su cosa fare, concretamente, per apprendere e consolidare questa professione.

 

Provo a offrire una risposta più onesta. 

Non perché esista un unico percorso giusto – al momento non esiste – ma perché ci sono alcune condizioni che, nella mia esperienza, fanno la differenza tra chi riesce a costruire una pratica solida e chi no.

 

Prima condizione: saper scrivere, davvero.

Questa dovrebbe essere ovvia. Eppure è necessario ricordarla, perché non lo è sempre. 

 

Un Writing Coach che non abbia un rapporto profondo e consapevole con la propria scrittura non possiede gli strumenti per accompagnare gli altri.

 

Non si tratta di essere scrittori riconosciuti o di avere una solida carriera letteraria. 

Si tratta di aver attraversato la scrittura come processo, di conoscere dove può nascondersi un blocco e cosa può averlo generato, significa saper leggere anche ciò che non si trova scritto, di riconoscere blocchi e frustrazioni.

Ma, soprattutto, sapere cosa significa non riuscire a trovare la voce giusta e poi, a un certo punto, ritrovarla.

 

Questa esperienza vissuta è il substrato del lavoro. 

Senza di essa, la scrittura può essere compresa a livello intellettuale, ma non si riuscirà mai ad accompagnare utilizzandola con la precisione necessaria.

 

Seconda condizione: una formazione in coaching.

Il Writing Coaching non è solo scrittura. È accompagnamento. 

E l’accompagnamento richiede competenze specifiche: saper ascoltare senza proiettare, fare domande che aprono invece di chiudere, gestire la relazione in modo etico e professionale.

 

Una formazione come coach professionista fornisce questi strumenti. 

Non in modo esaustivo, ma in modo sufficiente per costruire una solida competenza e il punto di partenza necessario.

 

La tentazione di saltare questa parte è comprensibile, soprattutto se si viene da un background letterario o editoriale. 

Ma è una tentazione alla quale è necessario resistere. 

La differenza tra un bravo lettore, esperto, e un buon Writing Coach sta esattamente qui: nella capacità di stare nella relazione senza diventare direttivi, senza imporre la propria visione, senza sostituirsi all’autore, al professionista o alla persona che, in quel momento, ci troviamo di fronte.

 

Terza condizione: conoscere la narrazione dall’interno.

Conoscere i meccanismi della narrazione – struttura, punto di vista, voce, tempo – non è opzionale. 

Non perché il Writing Coach debba insegnare a scrivere un romanzo, ma perché questi strumenti concettuali permettono di nominare ciò che si osserva nel testo con precisione.

 

Dire a chi scrive “questo passaggio non funziona, non esprime appieno il tuo pensiero – o stato d’animo ” non è abbastanza. 

Dire “il punto di vista oscilla in questo passaggio e questo crea disorientamento nella lettura” apre una conversazione produttiva.

 

La precisione lessicale nel parlare di scrittura è, essa stessa, parte del valore che il Writing Coach offre.

 

I percorsi formativi più utili in questo senso sono quelli che uniscono teoria e pratica: laboratori di scrittura, contesti in cui la scrittura viene praticata e discussa contemporaneamente.

 

Quarta condizione: la pratica riflessiva.

Diventare Writing Coach non è un processo che si conclude con un attestato di partecipazione a un corso, che, al momento, non esiste.

 

È un processo continuo di osservazione del proprio lavoro. 

Chi accompagna altri attraverso la scrittura ha bisogno di qualcuno che, a sua volta, accompagni lui.

Supervisori, colleghi con cui confrontarsi – che siano ovviamente Writing Coach – spazi di riflessione sul proprio operato o di chiarimento per superare le situazioni critiche nelle quali anche un coach può trovarsi.

 

Questo non è un optional: è parte integrante della professionalità. 

Un Writing Coach che non riflette sistematicamente sulla propria pratica rischia di portare nelle sessioni le proprie proiezioni, i propri punti ciechi, i propri limiti, gli schemi metodologici appresi, le proprie narrazioni non elaborate.

 

La pratica riflessiva può assumere molte forme: scrittura di diario professionale – non un diario giornaliero, un “diario operativo” sulle difficoltà incontrate – lettura critica di testi emersi attraverso la pratica, approfondimenti sul writing coaching e sulla scrittura. 

L’importante è che sia regolare e intenzionale.

 

Una parola sull’identità professionale.

C’è un momento, nel percorso di chiunque costruisca questa professione, in cui bisogna fare i conti con una domanda scomoda: 

“sono abbastanza? Ho il diritto di definirmi Writing Coach?”

 

Questa domanda è utile se spinge a continuare a imparare. 

Diventa un ostacolo se viene usata come alibi per non iniziare. 

 

La verità è che l’identità professionale si costruisce facendo il lavoro – con responsabilità, con umiltà, con la disponibilità a essere corretti e a crescere.

Non esiste un punto di arrivo in cui si è “abbastanza” formati. 

Esiste una pratica che si affina nel tempo, se si ha la cura di osservarla.

 

E questo deve essere adottato come forma di pensiero, come postura personale e professionale.

Se sei interessata/o a questo argomento e ti sei rivista/o nelle mie parole allora contattami, oppure scopri di più su chi sono e cosa faccio

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