“Come diventare Writing Coach”, se lo cerchi in rete troverai probabilmente due tipi di risultati:
– corsi che promettono di formarti come professionista in pochi mesi, oppure
– articoli che descrivono la figura in modo così vago da non fornire nessuna indicazione utile su cosa fare, concretamente, per apprendere e consolidare questa professione.
Provo a offrire una risposta più onesta.
Non perché esista un unico percorso giusto – al momento non esiste – ma perché ci sono alcune condizioni che, nella mia esperienza, fanno la differenza tra chi riesce a costruire una pratica solida e chi no.
Prima condizione: saper scrivere, davvero.
Questa dovrebbe essere ovvia. Eppure è necessario ricordarla, perché non lo è sempre.
Un Writing Coach che non abbia un rapporto profondo e consapevole con la propria scrittura non possiede gli strumenti per accompagnare gli altri.
Non si tratta di essere scrittori riconosciuti o di avere una solida carriera letteraria.
Si tratta di aver attraversato la scrittura come processo, di conoscere dove può nascondersi un blocco e cosa può averlo generato, significa saper leggere anche ciò che non si trova scritto, di riconoscere blocchi e frustrazioni.
Ma, soprattutto, sapere cosa significa non riuscire a trovare la voce giusta e poi, a un certo punto, ritrovarla.
Questa esperienza vissuta è il substrato del lavoro.
Senza di essa, la scrittura può essere compresa a livello intellettuale, ma non si riuscirà mai ad accompagnare utilizzandola con la precisione necessaria.
Seconda condizione: una formazione in coaching.
Il Writing Coaching non è solo scrittura. È accompagnamento.
E l’accompagnamento richiede competenze specifiche: saper ascoltare senza proiettare, fare domande che aprono invece di chiudere, gestire la relazione in modo etico e professionale.
Una formazione come coach professionista fornisce questi strumenti.
Non in modo esaustivo, ma in modo sufficiente per costruire una solida competenza e il punto di partenza necessario.
La tentazione di saltare questa parte è comprensibile, soprattutto se si viene da un background letterario o editoriale.
Ma è una tentazione alla quale è necessario resistere.
La differenza tra un bravo lettore, esperto, e un buon Writing Coach sta esattamente qui: nella capacità di stare nella relazione senza diventare direttivi, senza imporre la propria visione, senza sostituirsi all’autore, al professionista o alla persona che, in quel momento, ci troviamo di fronte.
Terza condizione: conoscere la narrazione dall’interno.
Conoscere i meccanismi della narrazione – struttura, punto di vista, voce, tempo – non è opzionale.
Non perché il Writing Coach debba insegnare a scrivere un romanzo, ma perché questi strumenti concettuali permettono di nominare ciò che si osserva nel testo con precisione.
Dire a chi scrive “questo passaggio non funziona, non esprime appieno il tuo pensiero – o stato d’animo ” non è abbastanza.
Dire “il punto di vista oscilla in questo passaggio e questo crea disorientamento nella lettura” apre una conversazione produttiva.
La precisione lessicale nel parlare di scrittura è, essa stessa, parte del valore che il Writing Coach offre.
I percorsi formativi più utili in questo senso sono quelli che uniscono teoria e pratica: laboratori di scrittura, contesti in cui la scrittura viene praticata e discussa contemporaneamente.
Quarta condizione: la pratica riflessiva.
Diventare Writing Coach non è un processo che si conclude con un attestato di partecipazione a un corso, che, al momento, non esiste.
È un processo continuo di osservazione del proprio lavoro.
Chi accompagna altri attraverso la scrittura ha bisogno di qualcuno che, a sua volta, accompagni lui.
Supervisori, colleghi con cui confrontarsi – che siano ovviamente Writing Coach – spazi di riflessione sul proprio operato o di chiarimento per superare le situazioni critiche nelle quali anche un coach può trovarsi.
Questo non è un optional: è parte integrante della professionalità.
Un Writing Coach che non riflette sistematicamente sulla propria pratica rischia di portare nelle sessioni le proprie proiezioni, i propri punti ciechi, i propri limiti, gli schemi metodologici appresi, le proprie narrazioni non elaborate.
La pratica riflessiva può assumere molte forme: scrittura di diario professionale – non un diario giornaliero, un “diario operativo” sulle difficoltà incontrate – lettura critica di testi emersi attraverso la pratica, approfondimenti sul writing coaching e sulla scrittura.
L’importante è che sia regolare e intenzionale.
Una parola sull’identità professionale.
C’è un momento, nel percorso di chiunque costruisca questa professione, in cui bisogna fare i conti con una domanda scomoda:
“sono abbastanza? Ho il diritto di definirmi Writing Coach?”
Questa domanda è utile se spinge a continuare a imparare.
Diventa un ostacolo se viene usata come alibi per non iniziare.
La verità è che l’identità professionale si costruisce facendo il lavoro – con responsabilità, con umiltà, con la disponibilità a essere corretti e a crescere.
Non esiste un punto di arrivo in cui si è “abbastanza” formati.
Esiste una pratica che si affina nel tempo, se si ha la cura di osservarla.
E questo deve essere adottato come forma di pensiero, come postura personale e professionale.
Se sei interessata/o a questo argomento e ti sei rivista/o nelle mie parole allora contattami, oppure scopri di più su chi sono e cosa faccio.





